Non è retorica, ma non ho mai smesso di provare un'autentica emozione, ogni volta che si apre il sipario su un’opera teatrale. Nel caso di un mio romanzo, l’emozione è, per certi versi, doppia, sia pure, per fortuna, mitigata da un certo naturale disincanto che porta un uomo della mia età ad emozionarsi più per le cose degli altri che per le proprie.
Del rito teatrale mi ha sempre affascinato la prerogativa unica di quest’arte di saper mettere insieme culture, provenienze e sensibilità del tutto opposte, per cercare di comporre, in un’unica sera, la differente voglia di conoscenza, come voglia di maturazione e soprattutto come voglia di stare assieme. Perché gli eventi che coinvolgono una cittadinanza, una nazione, intere generazioni, si ritrovano nelle parole e nella storia raccontata da attori che prestano per una sera il proprio corpo a personaggi partoriti dalla mente di un autore.
La sala teatrale, quindi diventa un luogo di vita pulsante, dove quella storia sempre identica a se stessa, diventa ogni sera, per magia e maestria degli interpreti, sempre nuova.
Sarà il mio destino, sarà la mia vita passata di uomo di teatro, sarà che Dipasquale riesce sempre a convincermi, fatto sta che un altro mio romanzo si trasforma in una pièce teatrale. Qui il lavoro, rispetto al Birraio, messo in scena sempre con lo Stabile catanese, era certamente più d’azzardo. Ma forse per questo più entusiasmante.
Pirandello amava dire che il lavoro dell’autore terminava quando egli riusciva a mettere la parola “fine” alla scrittura teatrale. Bene, questo copione ha la parola fine, messa nell’ultima pagina. Tuttavia mi sento di chiosare il buon Luigi: è proprio nella messa in scena che inizia un nuovo viaggio del testo, sempre diverso e sempre nuovo, sempre imprevedibile, sempre disperatamente esaltante. Per questo il confine del teatro è come l’orizzonte dei viaggiatori nei mari d’Oceano: sempre presente, mai raggiungibile.
Andrea Camilleri
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